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La Sala del Podestà

Descrizione della Sala del Podestà


Nella seconda metà del secolo XVI, il feudatario titolare del “borgo insigne” di Soresina, che aveva ricevuto l’Investitura dall’autorità del Re di Spagna, godeva di notevoli prerogative giuridiche alle quali corrispondevano precisi obblighi istituzionali, alcuni dei quali spettanti allo stesso feudatario, altri alla “Comunità”, cioè all’organismo amministrativo costituito da un numero determinato di soresinesi scelti fra le famiglie più ricche del paese.

La prerogativa più alta del feudatario era l’amministrazione della giustizia secondo i poteri giurisdizionali indicati nella formula “Merum ac mistum imperium et potestas gladii” cioè “Potestà di giudicare nel campo civile e penale e di infliggere anche pene con la spada.”( La pena di morte o la mutilazione di parti del corpo non furono mai comminate a Soresina).

Il feudatario esercitava la Giustizia nel suo feudo tramite il “Podestà – Pretore.”Era questo un dottore in legge, scelto dal feudatario in un elenco di magistrati approvati dal Senato di Milano.

Durava in carica due anni e poteva essere riconfermato con il consenso della Comunità, che gli offriva la casa di abitazione attigua agli uffici della “Podestaria” e gli consegnava mensilmente un congruo stipendio. 

Dal febbraio del 1578 ottenne l’Investitura del feudo di Soresina Camillo Barbò, per il quale il padre suo Lodovico aveva ottenuto l’acquisto dei relativo diritti dai precedenti feudatari Cosimo e Cesare Affaitati, suoi lontani parenti e nipoti del ricchissimo cremonese Giovan Carlo Affaitati, già feudatario di Soresina, confidente dell’imperatore Carlo V, poi barone di Guistelles nelle Fiandre ed ivi morto nel 1555. 

Dopo il suo matrimonio con la nobile bresciana Giulia Caprioli, Camillo Barbò, “Signore di Soresina”, non solo s’impegnò per promuovere lo sviluppo economico del suo feudo, ma favori la costruzione di vari edifici religiosi e pubblici e volle anche rinnovare il palazzo appartenente alla sua famiglia, al quale si accedeva da un vicolo che si apriva sul lato sud della contrada detta “della Madonnina”, quasi di fronte alla contrada Belfiore (ora Via Martiri). In un salone della sua vasta abitazione – abbellito da notevoli pitture e da un sontuoso camino, decorato dallo stemma gentilizio unificato delle nobili famiglie Barbò e Caprioli – il feudatario volle che fosse trasferita, nei primi anni del 1600, la sede ufficiale del Podestà-Pretore, che era stato fino a quel tempo presso gli uffici della Podesteria, in un palazzetto retrostante il caseggiato del lato nord nella Piazza Maggiore.

Camillo Barbò mori improvvisamente a Cremona, ove si era recato in visita ai suoi parenti, il 5 settembre 1604, all’età di 55 anni. Il figlio suo Lodovico ereditò il feudo e nel 1609 gli fu concesso dal Governo spagnolo di assumere il titolo di “Marchese di Soresina”, che già il padre aveva chiesto per sé con una ricca e puntuale documentazione.


Appunti di Roberto Cabrini

 

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